LE VERE RAGIONI PER CUI L’EVITANTE TI EVITA

L’evitante sfugge da te.

A tratti, sembra non essere davvero “preso”, ti tiene a distanza di sicurezza e allora, a quel punto, tu dici: “Ecco, lo sapevo, lo fa perché io non vado bene, io non sono abbastanza, non vado bene così come sono. Ah! Se solo fossi più bella, ricca, magra, alta, chi più ne ha più ne metta!”.

E allora vivi nel timore che lui possa sempre trovare di meglio, oppure quando sei molto arrabbiata e risentita con lui dici: “Lui fa così perché è un egoista e veramente cattivo, egocentrico, insensibile, è un carnefice”.

Ma no, non sono queste le ragioni per cui l’evitante prende le distanze da te.

Molte donne che arrivano da me sono insicure rispetto al proprio valore a causa dei loro vissuti precoci. Si sono create, infatti, un’immagine interiore, un’immagine di se stesse come di persone indegne di essere amate, non si sono rispecchiate, purtroppo, in uno sguardo amorevole di un caregiver che le ha fatte sentire amate così come sono, abbastanza così come sono. Ok, così come sono.

Quindi quando queste donne si incastrano con un evitante, cercano nel suo comportamento proprio la riprova, la conferma di questa loro antica credenza: “Io non vado bene così come sono, io non sono abbastanza, io non sono degna di essere amata ed è per questo che lui non vuole impegnarsi. È per questo che non è così “preso”. È per questo che non vuole passare tanto tempo con me”.

Per cui ciò che le donne di questo tipo affermano è: “La causa del suo comportamento, la causa della sua distanza è la mia assenza di valore. Ecco, questa è la conferma di quello che ho sempre saputo, io non valgo abbastanza” e capite bene quanto questo possa essere deleterio per la loro autostima che è già piuttosto bassa.

Un passaggio fondamentale che faccio con queste donne nei percorsi personali è proprio quello di rassicurarle rispetto al loro essere assolutamente abbastanza, rassicurarle rispetto al fatto che vanno bene così come sono, coi loro limiti, con le loro umane imperfezioni e che quel comportamento non dipende da loro, che quell’uomo si comporterebbe allo stesso modo in qualsiasi altra relazione perché quello è l’unico modo che conosce, è l’unico modo sostenibile di stare in relazione per lui.

A volte loro mi obiettano che però prima di me lui ha convissuto oppure prima è addirittura stato sposato. Questo impegno apparente, di fatto, però non è una riprova che lui sia capace di stare in intimità emotiva con una partner perché io posso essere sposato ma essere alcolizzato di lavoro e magari passare pochissimo tempo in famiglia, oppure posso convivere ma essere ossessionato da un hobby che mi risucchia tutto il tempo e le energie e quindi per la mia compagna poi non ci sono mai. Io posso essere formalmente impegnato ma non condividere nulla del mio mondo emotivo, anche perché non ci entro mai in contatto e non voglio essere assolutamente coinvolto nel mondo emotivo della mia compagna, della mia partner.

Ora, chiaro che ogni persona è diversa, ogni donna è un mondo a sé, quindi gli adattamenti, le dinamiche che si innescano all’interno di una relazione sono unici. Io non sto dicendo che la tua relazione con lui è la copia carbone delle sue relazioni precedenti, quello che sto dicendo però è che la sua essenza è la stessa, lui rimarrà sempre lo stesso nella relazione, nelle relazioni assumerà sempre la stessa posizione relazionale che è questa: “Per sentirmi al sicuro io non devo avere bisogno di di nessuno, io non devo dipendere, io devo mantenere a tutti i costi la mia autonomia e per fare questo ovviamente non posso rischiare di abbandonarmi pienamente all’interno di una relazione, non posso assolutamente mostrare la mia vulnerabilità, le mie emozioni, i miei bisogni”.

Questo è essenziale per lui, è vitale, è l’unico modo in cui può stare in relazione attraverso questa distanza protettiva. Non è cattiveria, quindi non è egoismo, non è insensibilità, ma è la profonda sfiducia, una sfiducia non in voi nello specifico, ma una sfiducia nelle relazioni che ha origine proprio nella dalla sua relazione primaria e vedremo questo più tardi, tra poco. C’è poi una parte di lui che invece anela alla relazione perché tutti come esseri umani proviamo un bisogno viscerale di formare dei legami stretti, ma al tempo stesso la paura profondamente radicata in lui contrasta con questo desiderio e la paura, purtroppo, prevale.

Ma dicevamo, perché questa persona ha sviluppato questo terrore di dipendere? Perché ha questa grande sfiducia nelle relazioni? Ora non l’ho ancora specificato, io parlo sempre di donna dipendente, uomo evitante, ma è chiaro che possiamo invertire, io uso, diciamo, questi questi prototipi perché nella mia esperienza poi seguo donne emotivamente dipendenti, ma ovviamente possiamo parlare anche di coppie in cui è la donna essere evitante, l’uomo essere dipendente.

Allora dicevamo, l’evitante ha sviluppato il terrore di dipendere perché in età precocissima ha fatto esperienza di rifiuto quando si è dimostrato emotivamente bisognoso, emotivamente richiedente nei confronti del suo caregiver. Il caregiver è la figura principale che si prende cura di noi quando siamo bambini, nella maggior parte dei casi è la mamma. Per comprendere questa dinamica dobbiamo scomodare la teoria dell’attaccamento di John Bowlby.

In sintesi, secondo questa teoria i bimbi necessitano di un legame io con un caregiver proprio per la loro sopravvivenza e ricorrono a degli specifici comportamenti per assicurarsi la vicinanza e la protezione di quello specifico adulto, della loro base sicura. La natura e la qualità di questa interazione tra il bambino e il caregiver nei primi due anni di vita poi influenzerà, determinerà la qualità e la modalità di tutte le relazioni affettive che la persona avrà nell’età adulta.

Ora in questo articolo non posso dilungarmi troppo a spiegare i quattro diversi stili di attaccamento, i modelli operativi interni, magari lo farò successivamente in un altro video perché poi sarebbe interessante comprendere bene gli incastri relazionali da adulti dei vari stili d’attaccamento, però sicuramente voglio dirti qualcosa nello specifico rispetto alla formazione dello stile d’attaccamento evitante.

Adesso immaginiamo un bambino molto piccolo che manifesta un’emozione, chiamiamola scomoda, come la rabbia, la paura o la tristezza e cerca di coinvolgere il genitore attraverso l’espressione di quell’emozione per ricevere conforto e per ricevere una corre regolazione emotiva.

A quell’età, infatti, il bimbo non è capace di autoregolare le proprie emozioni, di auto tranquillizzarsi, di autogestire e la propria emotività, quindi cerca nel genitore un punto di riferimento proprio per gestire queste forti emozioni. Però se il genitore reagisce a queste emozioni del bimbo con rifiuto, con riprovazione o con disgusto, evita di entrare in sintonia emotiva con il bambino, non avviene la corre regolazione perché la corre regolazione richiede una sintonizzazione tra bimbo e caregiver.

Se il genitore è in conflitto con le proprie emozioni potrebbe cercare a livello inconsapevole proprio di evitare tutte le emozioni, anche quelle di suo figlio e potrebbe non esplicitare a parole il suo fastidio, la sua riprovazione, potrebbe anche esprimerlo con un’espressione del viso o semplicemente con la freddezza e con il distacco, però sono tutte cose che il bambino è in grado di cogliere perché il linguaggio non verbale viene colto molto bene dai bambini.

Ora facciamo proprio un esempio concreto, immaginiamo un bimbo di meno di 2 anni che piange perché è caduto. Lui piange perché ha bisogno di conforto, ha bisogno di contatto fisico, ha bisogno di parole dolci, ha bisogno di sentirsi compreso e confortato dal suo caregiver, solo così potrà calmarsi. Ma se la sua mamma invece si avvicina e gli dice in modo sbrigativo e distaccato: “Su, su, tirati su. Dai, non si piange per un non nulla”, ecco, il bimbo rimarrà frustrato nel suo bisogno, il suo bisogno non solo non verrà soddisfatto, ma lui attraverso quell’esperienza avrà imparato che a fronte di una sua richiesta d’aiuto, a fronte della manifestazione della sua vulnerabilità, la mamma reagirà con distacco, con freddezza.

Questa esperienza sarà molto dolorosa per lui, considerando ora che il cervello del bambino a quell’età così piccolino è in rapida fase di evoluzione, si formeranno a livello neuronale delle connessioni molto forti tra il bisogno emotivo e la sofferenza che il bambino percepisce attraverso queste esperienze frustranti. All’interno del bambino si svilupperà proprio l’equivalenza: “Chiedere aiuto porta problemi, quindi io devo cercare nella vita di farcela sempre da solo in ogni situazione” e imger anche la convinzione che le emozioni non sono utili, le emozioni sono pericolose e quindi vanno evitate il più possibile e, inoltre, il bambino svilupperà anche la convinzione che lui sarà accettato e amato solo se sarà in grado di reprimere il più possibile le sue emozioni.

Ora, questa prima esperienza relazionale, quella con il suo caregiver, sarà l’imprinting poi per tutte le sue relazioni successive. L’evitante da adulto avrà bisogno di non avere bisogno, avrà bisogno di sentirsi pienamente in controllo della sua vita, di rimanere emotivamente anestetizzato perché quando da piccolissimo ha avuto bisogno ha suscitato solo reazioni negative da parte del caregiver, da parte della madre. La distanza emotiva da adulto, soprattutto nelle relazioni di coppia, gli occorre per preservare la sua sensazione di essere al sicuro, la sua indipendenza, quindi per gli evitanti la connessione, l’intimità emotiva equivalgono proprio a una perdita della propria autonomia personale.

Da adulti cercheranno il più possibile di evitare tutte quelle situazioni che risvegliano in loro questa paura atavica. Quindi per concludere, lui non lo fa perché tu non sei abbastanza, non lo fa perché è cattivo, lui lo fa perché quando era piccolissimo ha appreso che per sentirsi al sicuro all’interno di una relazione deve comportarsi così. Punto. Lo fa per questo. Tutto ciò che ho spiegato, ovviamente, non è non vuole essere una giustificazione per i comportamenti distanzianti, comportamenti che effettivamente possono generare anche una grande sofferenza nei dipendenti come abbiamo visto, però a causa di una loro credenza pregressa, l’evitante così come il dipendente ha la piena responsabilità su se stesso a prescindere da quello che ha vissuto da piccolo.

Noi possiamo provare empatia, tenerezza per l’evitante bambino, diciamo così, ma questo non toglie che lui oggi da adulto abbia la responsabilità di mettersi in discussione, di iniziare un percorso evolutivo se desidera cambiare.

Ovviamente il primo imprescindibile passaggio per arrivare a cambiare è la consapevolezza di avere un determinato stile di attaccamento, quindi il mio augurio è che quanti più evitanti possibili possano vedere questo contenuto o altri contenuti simili che parlano di questo e che possano poi riconoscersi e avviare una riflessione su se stessi e sulle loro dinamiche relazionali, così come mi auguro anche che lo vedano le donne dipendenti per capire che il problema non ha certo il loro valore, che loro sono abbastanza, che il problema è la credenza che hanno sviluppato riguardo al loro valore.